L’alternativa circolare

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Un’agricoltura che sappia recuperare le risorse sottratte al terreno, come gli scarti delle industrie agroalimentari, i reflui civili o quelli zootecnici, è detta “circolare” e si contrappone a quella classica (o lineare) che per funzionare ha continua necessità di utilizzare e consumare materie prime provenienti dall’esterno, senza possibilità di recuperare o rigenerare quanto usa. Un paradigma sul quale si regge buona parte del settore primario mondiale, che però è destinato a lungo termine ad essere perdente, per una serie di motivi più che validi. Lo dicono i numeri: per sfamare quasi 10 miliardi di persone al 2050, l’attuale sistema agricolo dovrebbe essere in grado, in un periodo relativamente breve, di raddoppiare la produzione di soia e carne e di incrementare di un terzo quella di cereali. Senza contare l’esauribilità delle materie prime, l’inquinamento e il continuo consumo di suolo che ogni anno, nel mondo, marcia a un ritmo di 24 miliardi di tonnellate, cifra enorme che, ad andar bene, riesce a essere compensata dalla natura per una centesima parte. Come a dire che ciò che viene consumato in un anno, a questi ritmi verrà riguadagnato in un secolo.

A Expo, nei giorni scorsi, si è parlato di un possibile cambio di tendenza, durante il convegno ospitato presso gli spazi del Mipaaf, al quale hanno preso parte esperti del settore fra cui il senatore Stefano Vaccari (segretario della Commissione Ambiente al Senato) e l’eurodeputato Paolo De Castro, membro della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale al Parlamento Europeo.

Durante l’incontro è stato mostrato, attraverso un video-documentario, l’esempio dell’azienda agricola lombarda Cassinazza, che da vent’anni (e tra le prime aziende in Europa) opera in una logica di agricoltura circolare. L’azienda si trova a Giussano, tra Milano e Pavia, su un territorio rurale di 1300 ettari costituito da sette cascine, ed è gestita dalla società Acqua&Sole. “Dal 1996 – ha spiegato l’ad Francesco Natta – abbiamo intrapreso un percorso di rinaturalizzazione dell’azienda in linea con la Politica Agricola Comunitaria e finalizzata a ripristinare la giusta sintonia con gli elementi naturali e territoriali persi con la industrializzazione dell’attività agricola, introducendo correzioni che hanno permesso di massimizzare l’uso produttivo del territorio rendendolo compatibile con la maggiore biodiversità possibile“. Oltre a una migliore fertilità del suolo, in quasi vent’anni nel territorio della Cassinazza sono aumentate del 170% le specie di uccelli, del 146% le specie di libellule, del 105% le specie di farfalle diurne, dell’81% le specie di mammiferi e dell’80% le specie di cavallette.

Superare il paradigma dell’economia lineare estrattiva in favore di quella circolare rigenerativa sono del resto concetti al centro della proposta contenuta nel manifesto ‘Terra Viva’, presentato sempre a Expo, prima dell’estate, da Navdanya International, Banca Etica e Fondazione Triulza. “Al suolo urbanizzato entro il 2030 si aggiungerà una città estesa come tutto il Sudafrica – denuncia il documento – . La terra fertile è stata erosa a una velocità tra le 10 e le 40 volte superiore alla sua capacità di rigenerazione: il 40% delle guerre degli ultimi 60 anni è stato causato da clima, suolo, risorse, la guerra siriana e il terrorismo di Boko Haram sono figli anche dei mutamenti climatici“. Per questo, afferma il manifesto, occorre percorrere una nuova strada “basata sulla cittadinanza globale e sulla condivisione delle risorse, che punti a un’economia circolare fondata sulla rigenerazione delle risorse”. Determinante per questa nuova visione è l’agricoltura. “La nuova agricoltura – sostiene il documento – restituisce fertilità al terreno attraverso metodi biologici. Assicura prezzi giusti agli agricoltori in modo che possano restare sulle loro terre per continuare a produrre cibo per i cittadini e le comunità.

Articolo di Emiliano Raccagni