Xylella: la Corte di Giustizia europea condanna l’Italia

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L’Italia è venuta meno all’obbligo di attuare misure adeguate per impedire la diffusione del batterio Xylella Fastidiosa che, osservato a Gallipoli per la prima volta nel 2013, ha fatto strage di ulivi in Puglia. Lo ha stabilito giorni fa la Corte di Giustizia europea, emettendo una sentenza a favore della Commissione. L’esecutivo europeo nel 2015 impose misure volte ad eradicare il batterio, che prevedevano la rimozione delle piante infette e degli alberi situati nel raggio di 100 metri di distanza da quelli contagiati. Misure da attuare non solo nella zona infetta, ma anche in una zona ‘cuscinetto’. L’Italia era stata deferita per inadempimento alla Corte di Giustizia dell’Ue dalla Commissione nel 2018 perché – secondo la Commissione- non si era conformata alla richiesta di intervenire immediatamente.

La sentenza evita all’Italia una ben più grave dichiarazione di inadempimento generale. Tecnicamente si tratta quindi di una condanna per primo inadempimento, che prevede solo il pagamento delle spese processuali, ma presto potrebbero aprirsi le porte per sanzioni economiche vere e proprie, se la Commissione europea deciderà di proporre un altro ricorso con esplicita richiesta di multe.

Entrando nel merito, i giudici di Lussemburgo hanno sancito che alla scadenza del termine fissato dalla Commissione (metà settembre 2017) l’Italia “aveva omesso di rispettare due degli obblighi imposti dall’esecutivo comunitario. Innanzitutto, non procedendo immediatamente alla rimozione nella zona di contenimento di tutte le piante infette nella fascia di 20 km della zona infetta confinante con la zona cuscinetto. In secondo luogo, l’Italia non avrebbe garantito il monitoraggio della presenza della Xylella nella zona di contenimento mediante ispezioni effettuate al momento opportuno durante l’anno”.

Mentre addetti ai lavori e politica si interrogano su responsabilità e misure da attuare, al netto del rimbalzo delle responsabilità, Coldiretti Puglia effettua la conta dei danni che, per quest’anno, parla di un crollo della produzione del 73% in Salento, secondo  un’elaborazione dei del Sistema Informativo Agricolo Nazionale (SIAN). Numeri che si traducono in una stima di danni per 1,2 miliardi di euro, con effetti disastrosi sul piano ambientale, economico ed occupazionale. L’avanzata della malattia verso nord, al ritmo di più di 2 chilometri al mese, ha lasciato dietro di se la desolazione centinaia di migliaia di di ulivi molti dei quali monumentali. Cinquemila sono invece i posti di lavoro che si stimano essere stati persi lungo l’intera filiera dell’olio extravergine, con frantoi abbandonati o svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia. “Gli olivicoltori sono allo stremo perché la produzione è azzerata e i frantoiani stanno decidendo di non mettere in moto gli impianti, perché l’apertura senza molitura di olive significherebbe sobbarcarsi gravosi quanto inutili costi di manutenzione di attrezzature e personale“, lancia l’allarme il presidente di Coldiretti Puglia, Savino Muraglia.

Sul fronte governativo, data da segnare per fare il punto sulla situazione è quella del 19 settembre. Il Mipaaft ha infatti fissato un incontro convocando Regione Puglia, Agea, il Crea, le associazioni nazionali di categoria, rappresentanti del mondo vivaistico, dei frantoiani e dei professionisti. All’ordine del giorno: “Condividere le azioni da attuare per fronteggiare l’emergenza Xylella fastidiosa; definire le misure del Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia”.

Emiliano Raccagni

 

 

 

 

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