Matrimonio tra agricoltura e chimica

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Si chiama Spring (Sustainable Processes and Resources for Innovation and National Growth), il cluster della chimica verde presentato a Milano in questi giorni. È un progetto con molti padri nobili: da Federchimica ad alcuni dei più grandi gruppi italiani del settore come Novamont, Biochemtex e Versalis. Lo scopo? Creare un ponte tra ricerca e industria per rafforzare il primato italiano nella chimica da biomasse e quindi dare un grande impulso  anche al potenziale generato dagli scarti delle filiere agricole nazionali.

Il mondo della chimica italiana trova quindi  il suo punto di riferimento “verde” che conta già 130 adesioni tra aziende (45%), mondo accademico e della ricerca (29%), associazioni (19%) ed enti locali (7%), tra i quali otto Regioni. Costituito come associazione senza scopo di lucro grazie a un Bando presentato dal MIUR, il cluster parte con quattro progetti specifici e obiettivi triennali ma con una strategia ad ampio raggio, che si basa su diversi pilastri: opportunità di crescita e di rigenerazione territoriale, sfruttare le specificità e dare vita a nuovi tipi di filiere agroindustriali. Tra le attività del cluster la determinazione delle specie più idonee (scarti o colture dedicate) per essere utilizzati in processi di bioraffineria, recupero di aree industriali preesistenti in una prospettiva di sostenibilità; sviluppo di nuovi prodotti biobased a basso impatto ambientale.

I progressi della chimica italiana. Per il presidente di Federchimica Cesare Puccioni, “La chimica risolve i problemi, non li crea. Siamo arrivati a una sostenibilità economica e sociale ragguardevole, che va trasferita a un’opinione pubblica che probabilmente non ha ancora la corretta percezione dei passi avanti operati dal settore in termini di sicurezza sul lavoro e soprattutto nel rispetto del contesto territoriale nelle quali si opera. Negli ultimi venti anni abbiamo registrato una riduzione del 60% nelle emissioni e del 90% dei consumi idrici, mentre il 60% dei nostri partner ha già raggiunto gli obiettivi Europei di sostenibilità fissati per il 2020.  E’ la risposta più concreta a chi, dopo la chiusura di Montedison, dava per finita la chimica italiana, che oggi non solo gode di ottima salute, ma spende in ricerca più di altri settori, anche i più evoluti. Il cluster diventa lo strumento ideale per promuovere la chimica da biomasse. È quest’ultima una definizione che rispecchia meglio la moderna vocazione del settore e che, rispetto al  “verde” non genera equivoci sul fatto che esista una chimica buona e una cattiva”.

Leadership europea. Il ritratto della chimica da biomasse italiana è svelato da alcune cifre significative: oggi il settore genera nel Paese un miliardo di euro in investimenti privati, duecento milioni di investimenti in ricerca, giocando un ruolo chiave nel collegamento con agricoltura e università e impiegando 1600 addetti. E, ancora, sono stimate in cinque milioni le tonnellate di rifiuto organico che possono diventare materie prime per la chimica, anche grazie a uno strategico lavoro di riconversione di vecchi impianti industriali. In questo quadro, emerge il ruolo chiave di grandi gruppi ma, parallelamente, anche un universo di piccole e medie imprese dal grande valore tecnologico che genera una leadership europea e un vantaggio nella competizione globale difficilmente riscontrabile in altri settori industriali italiani.

“Parlare di Bioeconomia per l’Italia significa rimettere le radici nei territori, nel rispetto della biodiversità, creando ponti tra l’industria, le istituzioni, l’accademia, il mondo agricolo, le collettività, l’ambiente – commenta Catia Bastioli, presidente Spring e amministratore delegato di Novamont – Il Cluster rappresenta un’occasione imperdibile per costruire tali ponti, attraverso progetti olistici che guardano allo sviluppo di settori ad alto contenuto innovativo in grado di competere a livello globale grazie alle filiere corte, all’uso efficiente delle risorse locali e all’integrazione di tecnologie”.

Articolo di Emiliano Raccagni