Un grande amore per il vino

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Trent’anni, una laurea in Agraria e la passione per la viticoltura nata da un’esperienza universitaria in Spagna. Alessandro Rovati lo scorso anno ha fondato l’azienda agricola Zerbosco in cui si prende cura di vitigni autoctoni negli oltre 4 ettari di vigneti di famiglia a Montù Beccaria nell’Oltrepò Pavese, in Lombardia. Una produzione annua di 200 ettolitri di vino e 15mila bottiglie, che punta a breve al raddoppio. Anche grazie ad una nuova linea di produzione vegana certificata VeganOk.

“Zerbosco nasce ufficialmente nel 2020: ho rilevato l’azienda di famiglia, più di 4 ettari di vigneto. Fin da bambino sono cresciuto tra queste due frazioni, Zerbo e Bosco: da qui il nome dell’azienda Zerbosco. Non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi di dedicarmi all’attività di famiglia, iniziata da mio nonno Angelo negli anni Cinquanta, perché la ritenevo poco stimolante, con vino venduto sfuso o in damigiana. Ma grazie a un’esperienza di studio all’estero, in Spagna a Logrono (La Rioja), è scattato in me il folle amore per il vino. Ho concluso gli studi prima a Piacenza nell’Istituto di Viticoltura e poi ho preso la Laurea magistrale in enologia ad Asti. Non mi sono più fermato. Sono andato a fare una vendemmia in Nuova Zelanda e ho visitato tante altre zone viticole nel mondo”.

Prese le redini della produzione vitivinicola familiare, in previsione di fondare il suo marchio Zerbosco, Alessandro Rovati ha intrapreso quindi una piccola rivoluzione, produttiva e non solo, dalla vinificazione separata dei singoli vitigni alla spinta delle vendite con il formato in bottiglia.

“Dal 2014 – spiega ancora l’imprenditore agricolo – abbiamo iniziato a vinificare separatamente un vigneto (Colombaja) per poi aggiungerne altri nelle vendemmie successive, 2015 Butòn, 2016 Tabachè, 2017 Costiolo, 2018 Mugnaga. In azienda coltiviamo sette vigneti: il nostro obiettivo è quello di ottenere la migliore espressione delle qualità che l’uva ha accumulato durante la stagione in ciascun vigneto. Un tempo c’era una grande cultura e conoscenza nella gestione dei vigneti, ma forse un po’ meno nella vinificazione. Oggi, essendo aiutato da mio padre e dalla mia compagna, riusciamo a produrre circa 350 quintali di uva all’anno, ossia all’incirca sui 200 ettolitri di vino. Nel 2020, abbiamo prodotto 15mila bottiglie, ma il nostro obiettivo è arrivare a 25/30mila bottiglie. Ossia commercializzare in bottiglia l’intera nostra produzione di vino, che oggi in parte viene ancora venduta sfusa”.

L’attenzione è anche indirizzata ad un particolare segmento del mondo del vino (e dei consumi alimentari in generale si può dire), che guarda ad una fetta di consumatori, certamente in crescita in questi ultimi anno.

“Desideriamo produrre anche un vino bianco vegano – afferma infatti il titolare di Zerbosco -. Marcella, la mia compagna, è vegetariana da sempre: grazie a lei ho conosciuto questa attenzione e così abbiamo già aperto una linea di produzione vegana certificata VeganOk, a cui vogliamo presto aggiungere anche un vino bianco e fare anche dei bag-in-box. Inoltre, vogliamo sviluppare la ricezione in cantina per far apprezzare sul posto la nostra filosofia e per far conoscere sempre di più il nostro territorio e proporre esperienze enoturistiche sempre più interessanti e coinvolgenti, con degustazioni in abbinamento a prodotti locali.”

Quanto al lavoro sul campo, il viticoltore pavese chiarisce convinzioni e metodi applicati sui suoi terreni: “Ritengo che oggi la ricerca scientifica ci fornisca gli strumenti per fronteggiare certe problematiche in vigneto in maniera molto rispettosa dell’ambiente. Personalmente ritengo che le scelte agronomiche e la gestione della chioma siano fondamentali per ridurre l’intervento con prodotti fitosanitari. Credo molto in un’agricoltura consapevole e ragionata nella quale possa avvalermi dei risultati che la ricerca ha prodotto e che possa applicare nella mia realtà. La Natura è e resta sovrana e cerco quindi di limitare il mio intervento, solo quando e dove, strettamente necessario lasciando che la vite faccia il suo ciclo. Noi sosteniamo la tutela e la sostenibilità dell’ambiente attraverso la biodiversità e la lotta integrata, utilizziamo fertilizzanti organici e letame per concimazioni di mantenimento e non di forzatura e, quando possibile, prodotti fitosanitari consentiti in agricoltura biologica”.

Volgendo infine lo sguardo al più ampio panorama del settore, rilevando i propri auspici, Alessandro Rovati conclude: “Mi auguro l’impiego di sempre più personale qualificato, consapevole delle operazioni che sta svolgendo e del quale sia l’obiettivo produttivo. La meccanizzazione è utile e le nuove tecnologie sono fondamentali. Importante è però non abbandonare certe zone meno indicate alla meccanizzazione e non perdere quelle che sono le tradizioni e le peculiarità che fanno grande l’agricoltura e l’alimentare italiano. Bisogna creare sinergie per far conoscere e salvaguardare queste produzioni e le nostre zone rurali. È necessario fare molta attenzione alle nuove patologie e ai nuovi insetti che possono essere un pericolo per le coltivazioni e ricercare nuovi sistemi di difesa meno impattanti sull’ambiente. Mi auguro un futuro nel quale il mio territorio possa ricevere la giusta valorizzazione a livello nazionale e internazionale per poter competere con altre grandi zone di produzione vitivinicola italiane ed estere. Sempre più giovani e sempre più innovazione, senza dimenticare mai la tradizione.”

Sanzia Milesi