La “plastica” green per la pacciamatura

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Una potenziale rivoluzione “verde” per le operazioni di pacciamatura, che si effettuano ricoprendo il terreno con uno strato di materiale, al fine di impedire la crescita delle malerbe, mantenere l’umidità nel suolo, proteggerlo dall’erosione, dall’azione della pioggia battente ed evitare la formazione della cosiddetta crosta superficiale, diminuire il compattamento, mantenere la struttura e innalzare la temperatura del suolo. Ci sta lavorando da anni un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’Istitiuto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali (IPCB) di Pozzuoli (NA) ed è attualmente in fase sperimentale nel nostro Paese, così come in Messico, Spagna, Indonesia e Cina.

Secondo Mario Malinconico, che per conto del CNR coordina il progetto, la grande novità è rappresentata da una particolare miscela bioplastica (brevettata) che, terminato il proprio compito, si degrada naturalmente nel terreno, diventando un fertilizzante. Questa plastica spray, una volta spruzzata, si solidifica creando una pellicola utile a ricoprire la base di piante, fiori e ortaggi. La miscela è ottenuta unendo resine e fibre naturali: da collanti a base di pectine ottenute dagli scarti di lavorazione della frutta o dei crostacei, assieme a fibre vegetali provenienti da scarti di pomodori, agrumi o sottoprodotti della filiera tessile. Tutte “fonti” adattabili a seconda delle caratteristiche insite nell’agricoltura tipica di ciascun Paese. In Italia, infatti, la sperimentazione in corso in Campania e Lazio prevede l’utilizzo di pomodori, fragole, girasoli, lilium e anthirium, a cui presto si aggiungerà la vite, grazie al coinvolgimento nel progetto di Futuridea, che testerà  il polimero spray nel Sannio, con l’obiettivo di bloccare la crescita delle erbe infestanti ed evitando o limitando l’uso di diserbanti.

Quale il valore aggiunto principale? Oltre alla versatilità (la plastica può essere usata sia in serra sia in campo aperto), si parla soprattutto di biodegradabilità. A differenza di altre pellicole ottenute con prodotti a base di petrolio, questo materiale non è inquinante ed è completamente degradabile dai microorganismi presenti nel terreno, che liberano azoto utile alla fertilizzazione. Un passo avanti decisivo, soprattutto tendendo conto che questo tipo di operazioni, svolte anche con cadenza biennale, portano a un carico medio di circa due quintali di plastica per ettaro. Una volta rimosse, queste pellicole sporche e contaminate da diserbanti e fertilizzanti, non sono economicamente appetibili per operazioni di riciclo e per la maggior parte (circa l’80%) vengono abbandonate sul terreno o bruciate in modo incontrollato, con conseguente immissione di sostanze nocive nell’atmosfera e nel suolo. Un problema non da poco per l’impatto ambientale, che si aggrava ancor di più quando, come avviene ad esempio in Cina, viene sotterrata a “fine vita”. Proprio la Cina, da mesi si è dimostrata molto interessata ai progressi tecnologici legati agli studi sulla pacciamatura spray e, già nel febbraio scorso, ha sancito l’avvio della sperimentazione i casa propria, utilizzando il brevetto ottenuto dalla collaborazione dell’Institute of Bast Fiber Crops della Chinese Academy o Agricoltural Sciences e l’IPCB del Cnr di Napoli.

Le strutture del CNR di Napoli sono da anni all’avanguardia in questo tipo di sperimentazioni. Nel 2003, infatti, proprio l’IPCB coordinò il progetto europeo  “life” 2003 Biocoagri, sviluppando le prime applicazioni utili a un approccio sostenibile in cui una soluzione acquosa di polimeri naturali (polisaccaridi di origine marina e terrestre) veniva ottenuta e spruzzata su un’area coltivabile per formare un film resistente della durata richiesta dall’applicazione specifica. Delle vere e proprie “serre spray”, che hanno portato a distanza di anni alle recenti evoluzioni presentate in questi giorni.

Articolo di Emiliano Raccagni