Il marchio Made in Italy traina il mercato

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Gli analisti concordano nell’affermare che il mercato cinese svolgerà un ruolo fondamentale per la possibile ripresa del settore agroalimentare italiano, trainato dal marchio Made in Italy che contraddistingue gli alimenti di alta qualità. Mentre l’Italia cerca di sostenere il suo mercato, è proprio la Cina la frontiera oggi in grado di offrire grandi potenzialità di espansione. Ma l’Italia, dicono gli esperti, dovrà avvalersi di innovazione tecnologica e dovrà inoltre puntare in Cina sul marchio nazionale, il Made in Italy, appunto, piuttosto che sui marchi regionali, che in quel Paese non sono conosciuti e rischiano di disperdere tutte le potenzialità delle nostre eccellenze.

All’inizio di luglio, funzionari governativi e rappresentanti del settore privato italiano e cinese hanno tenuto un incontro, principalmente con una partecipazione online, concentrandosi sull’aggiornamento e la modernizzazione del marchio “Made in Italy”, da realizzare attraverso la promozione di prodotti e l’innovazione, ad esempio con l’uso della tecnologia blockchain come modo per garantirne autenticità e freschezza.

Il 6 luglio, nell’ambito del suo decreto per il rilancio, il governo italiano ha stanziato 1,15 miliardi di euro per sostenere gli agricoltori. Ma la società di consulenza Nomisma in un recente rapporto ha sostenuto che potrebbero essere necessarie più risorse per aiutare l’Italia a recuperare dai danni economici causati dal lockdown per il coronavirus e per favorire il settore delle esportazioni, che rappresenta una parte fondamentale per la ripresa.

Il marchio ‘Made in Italy’ è già molto noto e apprezzato“, ha spiegato Giorgia Palazzo, partner di Expense Reduction Analysts che si concentra in parte sulle questioni relative alle esportazioni. “Ma il marchio deve essere modernizzato, pubblicizzato, più mirato“. Palazzo ha spiegato che le esportazioni in Cina di cibi italiani di fascia alta, fra cui vino, formaggi e salumi, è costantemente aumentata durante l’anno scorso. La tendenza finora nel 2020 è cambiata, principalmente a causa del rallentamento dell’economia mondiale dovuto alla pandemia di coronavirus. L’esperto sostiene inoltre che gli esportatori italiani di prodotti agricoli dovrebbero compiere passi specifici per garantire che quando la crescita economica globale sarà riavviata le esportazioni del “Made in Italy” in Cina e in altri Paesi riprendano da dove erano state interrotte. “Esistono nuovi modi per innovare, come la blockchain, e metodi tradizionali, come la partecipazione a fiere“, ha aggiunto Palazzo. “I consumatori cinesi stanno spendendo di più per prodotti di alta qualità. L’Italia deve farsi trovare pronta“.

Secondo Denis Pantini, responsabile dell’area relativa ad agricoltura e industria alimentare di Nomisma, ha senso che le esportazioni alimentari “Made in Italy” in Cina siano una priorità. “Tutti i mercati di esportazione sono importanti, ma nel caso della Cina c’è molto spazio per crescere. Prima della pandemia, le importazioni di vino italiano rappresentavano solamente il 6% del mercato d’importazione cinese; i prodotti alimentari italiani erano addirittura solo il 2%. Questo dimostra quanto potenziale ci sia“. Anche secondo Nomisma, l’Italia dovrebbe migliorare nel lavoro di promozione lavorare per promuovere i prodotti “Made in Italy” online in Cina, facendo affidamento su quel marchio invece che sugli equivalenti regionali.  Per il consumatore medio straniero, anche se non è particolarmente bello ammetterlo, l’Italia è Roma, la Toscana, Venezia o Napoli, mentre è davvero difficile fargli indicare su una cartina geografica la provenienza di prodotti pur apprezzati come il Barolo, il Parmigiano Reggiano o il Franciacorta. “In molti mercati internazionali, i consumatori non sanno cosa significa quando un prodotto proviene da una regione specifica del Paese“, sostiene Pantini. “Ma sanno cosa significa quando qualcosa viene prodotto in Italia“. Il vero valore aggiunto, quindi, è puntare sul vecchio caro Made in Italy perché possano guadagnarci tutti.

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