I pionieri della birra agricola

1970

Corte Pilone è oggi una rarità nel panorama nazionale del “fenomeno” microbirrifici. La differenza, però, è proprio nella filiera.

L’azienda Agricola Corte Pilone nasce nella campagna mantovana, seguendo la tipica vocazione di questa zona a forte caratterizzazione zootecnica. In uno dei territori chiave per l’allevamento italiano di bovini e suini, la specialità esclusiva della casa è stata, fino a qualche anno fa, la coltivazione di cereali, tutta destinata alla fornitura di alimentazione per le vicine aziende dotate di stalle e porcilaie. Nella testa dei proprietari, i fratelli Carlo e Luigi Persico, balenava però da tempo un’idea originale per diversificare le fonti di reddito aziendale. Iniziava a circolare nel contesto agricolo la parola multifunzionalità e il primo passo fu l’apertura di un agriturismo. “Con la crisi che portò anni fa al crollo del prezzo del latte – inizia a raccontarci Carlo – e con il drastico calo del settore suinicolo, i margini di profitto per noi si riducevano. Così, un po’ per necessità e un po’ per scommessa, abbiamo approfondito l’ipotesi di aggiungere all’attività dell’agriturismo anche altre possibilità, seguendo le nostre passioni.  Fu così che nacque l’idea di produrre birra, con l’ambizione di seguire direttamente in azienda il maggior numero possibile delle operazioni di filiera”.

Dalla teoria alla pratica

Dalle prime ricerche del 2002 alla vera e propria produzione inaugurata nel 2006, sono passati altri anni di intense sperimentazioni ed evoluzione del progetto. La differenza, cosa non da poco, è proprio nella filiera. Mentre la maggior parte dei birrifici artigianali, infatti, inizia il suo percorso acquistando le materie prime (in primis malto d’orzo e luppolo) per poi procedere alla loro trasformazione, qui non solo questi si coltivano, ma da pochi mesi è stata approntata una delle poche malterie attrezzate del nord Italia. Corte Pilone è diventata quindi un caso scuola di “birreria agricola”, dove in quattro ettari di superficie aziendale vengono coltivati gli orzi, poi direttamente maltati in azienda per essere destinati alla produzione della birra. Una scelta “estrema”, che ha un vantaggio praticamente sconosciuto alla grande maggioranza delle birre in commercio. Difficile, infatti, pretendere la completa tracciabilità del prodotto: impossibile per le birre industriali, ma anche per molte delle artigianali. È chiaro infatti che anche chi volesse utilizzare orzo coltivato in proprio, dovrebbe comunque affrontare il problema di farlo maltare altrove; con la conseguente impossibilità, però, di ricevere la propria materia prima trasformata, tenendo conto che la maggior parte del malto proviene dall’estero, Germania in testa, dove si lavorano e si consegnano quantitativi industriali nell’ordine delle tonnellate.

Il nemico burocrazia

Decisi a puntare tutto sul birrificio e terminata serenamente l’esperienza dell’agriturismo, i titolari di Corte Pilone hanno dovuto affrontare diverse difficoltà, probabilmente più burocratiche che tecniche. “La legge che regolava ai tempi la produzione di birra – ricorda Carlo – non era assolutamente adatta a recepire le esigenze di un nuovo fenomeno italiano come quello dei micro birrifici, soprattutto perché la birra non veniva considerata un prodotto agricolo. Da qui, abbiamo dovuto affrontare tutta una trafila che ci ha portati a dover creare due società distinte, di cui una non agricola. Le norme sono cambiate da pochi mesi e per fortuna oggi abbiamo i titoli per considerarci a tutti gli effetti un’azienda agricola che produce birra, anche se il percorso rimane comunque a ostacoli. La birra artigianale, con le leggi fortemente orientate sull’unico modello conosciuto in Italia fino a poco tempo fa, quello industriale, è considerata ancora un prodotto sconosciuto e i controlli da affrontare sono praticamente doppi rispetto ai prodotti agricoli tradizionali. A volte, scherzando con qualche vicino agricoltore, gli ricordo che aprire un impianto per produrre biogas sarebbe stato più facile”.

Pionieri e autodidatti

Superati gli ostacoli della burocrazia, i pionieri della birra agricola hanno trovato però la faccia positiva della medaglia, sottoforma di un orizzonte vasto, adatto alla sperimentazione, alle prove, alle scelte di gusto. Il bello del mondo delle birre artigianali italiane, infatti, è la possibilità di osare. La mancanza di una tradizione codificata e di un gusto preciso e radicato nel consumatore italiano permette di provare nuovi stili e offrire prodotti che, tanto per citare un luogo a caso, in Germania difficilmente incontrerebbero i favori del consumatore e della critica. “Il nostro stile è ancora in evoluzione – dice Carlo – anche se ci ispiriamo a quelli di Paesi come gli Stati Uniti o l’Olanda in cui la gente storce meno il naso di fronte alle novità in questo campo. Abbiamo mano libera, insomma, a partire dalla coltivazione di orzo. Il nostro non è quello standardizzato e riconosciuto come orzo da birra, perché coltiviamo delle varietà diverse. Non filtrando il nostro prodotto, non abbiamo bisogni di orzi tecnicamente perfetti per dare birre limpide e possiamo quindi cercare quelli che possano dare qualcosa in più anche dal punto di vista dei profumi. Facendo il malto da soli, poi, ecco la matematica certezza di mettere nei fermentatori esattamente ciò che abbiamo coltivato e conosciamo meglio”.

Articolo di Emiliano Raccagni