Buona annata per il vino italiano (ma incombe la Brexit)

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Una buona annata. Il mondo del vino italiano può, a buon diritto, brindare al cospetto dei lusinghieri risultati scaturiti dall’attività dell’anno solare 2018. Ma non bisogna, di certo, abbassare la guardia. Soprattutto perché, dietro l’angolo, potrebbero celarsi le insidie derivanti dalle incertezze legate alla Brexit. A delineare lo scenario è il report elaborato da Ismea e pubblicato nei giorni scorsi.

Partiamo dai dati positivi. Con 55 milioni di ettolitri di vino, nel 2018 la produzione è aumentata del 29% rispetto all’anno precedente. E una quota pari a quasi 20 milioni si è indirizzata verso i mercati esteri, confermando, quindi, la leadership tricolore nella classifica mondiale dei maggiori produttori di vino.

In termini, invece, di fatturato, con un valore record dell’export pari a 6,2 miliardi, l’Italia consolida il suo secondo posto nella graduatoria riservata ai maggiori fornitori mondiali, alle spalle della Francia. Si conferma, quindi, il trend positivo in materia di esportazioni, basti pensare che, come confermano i dati del rapporto Ismea, nell’ultimo decennio il vino Made in Italy ha fatto registrare un incremento in valore del 70% rispetto ai dati dell’anno 2008. Tale tendenza positiva si è consolidata anche nell’anno appena trascorso in cui l’aumento dell’export in valore si è attestato sul +3,3%.

Entrando più nel dettaglio dei dati, a trainare le esportazioni del settore, lo scorso anno, sono stati i vini Dop con un aumento del 13% in volume e del 12% in valore, a fronte di una battuta d’arresto degli Igp, con un -23% nelle quantità e -15% nel giro d’affari, e di volumi inferiori per i vini comuni con un -22%.

E dall’export passiamo ai consumi interni. Anche su tale fronte, i numeri premiano l’impegno dei produttori nostrani. Infatti, anche dentro i confini nazionali, i vini e, soprattutto, gli spumanti hanno fatto registrare un andamento positivo, rientrando nel novero dei pochi prodotti che hanno mostrato, nel 2018, un deciso segno più negli acquisti delle famiglie: il rapporto indica un +5,4% nella spesa degli spumanti e un +4,6% per i vini fermi.

Archiviati tali positivi risultati, l’attenzione dei produttori non può non concentrarsi su ciò che potrebbe avvenire, nel prossimo futuro, oltre la Manica. Incombe, infatti, come noto, la prospettiva di una Brexit senza accordo, in un mercato, quale quello britannico, di fondamentale importanza, soprattutto per le cantine del Nord – Est. In tal senso, sulla scorta delle elaborazioni effettuate da Ismea, con 336 milioni di euro e una quota del 47% del mercato, sono prosecco e spumante italiani che nel Regno Unito, scalzato  lo champagne francese, si posizionano al primo posto tra le bollicine acquistate oltre Manica. Per quanto concerne, invece,  i vini fermi, l’Italia occupa il secondo gradino del podio tra i principali paesi fornitori, ma in questo particolare caso il divario tra la sua quota di mercato e quella detenuta dai produttori extra europei, quali Nuova Zelanda, Cile e Australia, è meno netto e potrebbe alimentare, secondo le previsioni di Ismea, un effetto sostituzione.

di Antonio Longo

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