Brexit, per l’agricoltura impatto da tre miliardi di euro

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Farmer in tractor preparing farmland with seedbed for the next year

In queste settimane si è parlato molto dei possibili effetti economici dovuti alla decisione della Gran Bretagna di abbandonare l’Unione Europea.  Ma come sarà “Brexit” per l’agricoltura? Sviluppare con la Gran Bretagna una politica di libero scambio agroalimentare dopo il divorzio dall’Ue avrà un impatto economico e commerciale sul bilancio europeo di circa tre miliardi di euro l’anno. Anche se sul fronte finanziario Londra dovrà continuare a versare il proprio contributo all’Ue fino alla fine al 2020, ultimo anno della programmazione di bilancio 2014-2020, mentre dopo bisognerà definire il costo della sua partecipazione al mercato unico. Alla luce di questi impegni, per una profonda riforma della Politica agricola comune (Pac) servirà attendere il dopo 2020, con una nuova Commissione europea e un nuovo Europarlamento eletto nel 2019. Un costo che la Pac può tecnicamente e finanziariamente affrontare, ma servirà in fretta tirarne le conseguenze politiche: dalla costruzione di una nuova relazione agroalimentare con Londra, al rilancio di investimenti mirati anche all’innovazione, da nuovi strumenti di gestione dei rischi (catastrofi e volatilità dei prezzi), ad un taglio della burocrazia per gli agricoltori, dalla messa al bando di pratiche commerciali sleali nella catena alimentare. Questi solo alcuni degli aspetti toccati alcuni giorni fa nel corso del Forum Food Global, organizzato in provincia di Pavia da Confagricoltura e Farm Europe, organizzazione che si pone come interlocutore delle istituzioni europee in tema agricolo, che ha raccolto a convegno circa duecento rappresentanti di istituzioni europee, aziende agricole, esperti di settore.

Dal confronto è emerso che la Brexit non deve essere vista solo come un problema, ma soprattutto come l’occasione per rivedere il modo di negoziare tra Paesi membri, rilanciando una politica commerciale più trasparente e accettabile. Una sfida che non sarà facile, come ha commentato il Ministro per le politiche agricole Maurizio Martina: “L’auspicio – dichiara – è che l’uscita del Regno Unito diventi una opportunità, anche se sono preoccupato su come sta andando la discussione generale. Mi sembra che ci siano ancora troppi interrogativi. Dopo di che, dobbiamo lavorare assolutamente perché non sia un danno, ma perché si riveli alla fine un’occasione per ricostruire un quadro equilibrato”.

La posta in gioco per il nostro Paese è elevata: l’Italia attualmente esporta oltre Manica alimenti per un valore annuo di circa 2,9 miliardi di euro e ne importa per 562 milioni. Londra invece, dai partner Ue ne acquista per 35,5 miliardi e ne esporta per 13,9 miliardi. Restano incertezze sul futuro bilancio Ue (38% va alla Pac) e sulla necessità di ricercare altri approcci per alimentare le risorse europee, come indicato da Giovanni La Via, presidente della commissione ambiente del Parlamento Ue.

Per Coldiretti, intanto, gli effetti della Brexit sono già impattanti sui dati reali, con crolli pesanti delle consegne registrate a luglio per tutti i settori, dal -22% dei mezzi di trasporto (fino a -31% per le auto), al 13% di macchinari e apparecchi, fino al -9% dell’agroalimentare che finora aveva avuto nella Gran Bretagna il quarto mercato di sbocco. In base ai cali registrati il mese seguente al distacco della Ue, dopo che i primi sei mesi dell’anno avevano invece fatto segnare risultati molto positivi, con l’agroalimentare protagonista grazie al traino del vino (esportazioni per 746 milioni di euro nel 2015 e +4% nei primi sei mesi dell’anno) e alla grande domanda anche per pasta, per un importo complessivo di vendite nel 2015 di 332 milioni di euro. Un trend fermato dalla Brexit, che secondo Coldiretti costerà 2,7 miliardi all’anno al Made in Italy, di cui 280 milioni per cibo e vino.

Articolo di Emiliano Raccagni

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