Birra da coltivare

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Dalla passione di un giovane imprenditore mantovano nasce l’idea vincente che rilancia un’azienda agricola tradizionale di oltre 100 anni.

Il forte legame con la terra e con l’azienda di famiglia, fondata nel 1911 dal bisnonno e, soprattutto, l’amore e l’interesse incondizionato per la birra. Sono state queste le ragioni che hanno spinto Enrico Treccani a decidere di rinnovare l’impresa cerealicola e suinicola del padre Rinaldo, a Castel Goffredo (Mn), e a farlo nel migliore dei modi: con una buona idea. “Fin da giovane – racconta Enrico, attuale titolare – sono sempre stato un grande appassionato di birra. A scuola, quando frequentavo l’istituto agrario, mentre il professore spiegava il processo di vinificazione sfogliavo il libro per capire come si facesse la birra. Poi, verso i 23 anni, ho iniziato ad autoprodurmela in casa, fino al momento in cui non ho pensato di coltivare direttamente le materie prime per ottenerla e, di conseguenza, alla possibilità di aprire un birrificio di mia proprietà”. Ed Enrico il suo ‘agribirrificio’ l’ha aperto davvero: ha iniziato a coltivare orzo maltiero sui terreni aziendali, ha trovato una malteria che periodicamente gli restituisce l’orzo lavorato e ha dato vita al Luppolajo, uno stabilimento di circa 400 mq all’interno del quale oggi vengono prodotte cinque tipologie diverse di birra, tutte rigorosamente artigianali.

Pulizia e conservazione ottimale delle cariossidi

“Inventarsi come produrre orzo maltiero in Pianura Padana non è stato semplice – spiega Enrico –, dato che in Italia la coltivazione è concentrata principalmente nel Centro e nel Sud del Paese. Così, dopo vari tentativi e qualche fallimento, abbiamo trovato una varietà che potesse andare bene per il nostro clima, più rigido in inverno e umido in primavera”. L’orzo, ha tenuto a specificare il titolare, necessita di una grande cura e protezione da funghi, perché, per ottenere un buon malto, è essenziale disporre di tutte le cariossidi nutrite e sane. La semina 2013 è iniziata nell’ottobre 2012 su una superficie di circa 3 ha e si è conclusa nel giugno di quest’anno. Oltre all’orzo, sui terreni di proprietà continuano ad essere coltivati anche 15 ha di mais, 3 di loietto/soia, 3 di grano tenero e 3 di colza, produzioni che vengono conferite alla Cooperativa agricola di Castel Goffredo, mentre l’allevamento in soccida dei 300 suini da ingrasso destinati alla produzione del prosciutto di Parma, visto il poco reddito e il tempo che ormai mancava, è stato ultimato a fine 2012.

Verso l’estero

La vendita delle birre avviene direttamente nello spaccio aziendale, al mercato contadino di Mantova o presso fiere, feste della birra, agriturismi, ristoranti e pub locali. È possibile ordinare e acquistare i prodotti del Luppolajo anche sul sito web dedicato, che ha aiutato l’azienda a farsi conoscere anche all’estero. Da poco, ad esempio, questa intraprendente impresa agricola ha spedito la sua birra in Germania a Padernborn, una città gemellata con Mantova. E il desiderio del titolare, che ad oggi produce 300 hl e circa 40.000 bottiglie all’anno, è quello di aumentare le quantità di prodotto destinato all’esportazione, contraddistinto, sempre e rigorosamente, dal marchio registrato ‘Agribirrificio Luppolajo’, che si è dimostrato efficace poiché, prima ancora di bere la birra, i clienti rimangono incuriositi dal brand e dalla bottiglia. “Ad oggi – conclude Treccani – il nostro prodotto di punta è sicuramente la birra Bucolica, che si è classificata terza nella sua categoria alla più importante competizione di birre artigianali d’Italia; ma in generale, dai 25 ai 55 anni, tutte le nostre birre sono molto richieste. Una certa diffidenza iniziale c’è stata, perché ovviamente il prezzo non è economico, vista la lavorazione artigianale che c’è dietro ogni birra, ma una volta assaggiato il prodotto e avendolo comparato con le birre industriali, chiunque ne comprende il valore e ne giustifica il costo ed è difficile che torni indietro”.

Articolo di Zoe Parisi

 

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