Bene togliere segreto su cibo dall’estero

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“Era ora” così Ettore Prandini, Presidente della Coldiretti Lombardia, commenta la decisione del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, di togliere il segreto sulle importazioni di materie prime alimentari dall’estero. “Quei dati – continua Prandini – sono stati sempre riservati e non si capisce perché. Non si tratta certo di segreti militari: sapere chi sono gli importatori e che alimenti importano rappresenta solo un vantaggio per i consumatori e per la democrazia”. Si tratta – afferma Coldiretti Lombardia – di una scelta di verità rispetto alle manovre di alcune industrie che prendono fuori dal nostro Paese latte, carne, prosciutti, miele, olio, formaggi, salsa di pomodoro e tutto quello che trovano e poi li rivendono come se fossero prodotti italiani grazie a confezioni o nomi che richiamano il Belpaese o mischiando tutto con materie prime italiane, in un “gioco delle tre carte” che danneggia consumatori e agricoltori. Intanto le importazioni agroalimentari in Italia hanno raggiunto la cifra record di 40 miliardi di euro nel 2013 con un aumento del 20 per cento dall’inizio della crisi nel 2007 a oggi, mentre nello stesso periodo sono più che triplicate in Italia le frodi a tavola con un incremento record del 248 per cento del valore di cibi e bevande sequestrati, grazie all’attività dei NAS, perché adulterate, contraffate o falsificate. Senza dimenticare che l’82 per cento degli allarmi alimentari che si sono verificati in Italia  e registrati dall’autorità di controllo europea – spiega la Coldiretti – sono stati provocati da prodotti a basso costo provenienti dall’estero. “Le concorrenza sleale di prodotti non identificati ma spacciati come italiani – spiega Prandini – ha avuto un impatto negativo sul sistema produttivo lombardo e nazionale: in Italia, ad esempio, sono “spariti” oltre 600 mila suini, la metà dei quali allevati in Lombardia dove sono state colpite in particolare le province di Brescia, Cremona, Mantova, Bergamo, Milano e Lodi”. Le forniture dall’estero arrivano da Germania, l’Olanda, la Francia, la Spagna e la Danimarca. Dall’inizio della crisi – spiega Coldiretti – il settore ha perso 8 mila posti di lavoro.

La situazione è negativa anche se si considera il latte: a causa delle importazioni dall’estero e della crisi dei prezzi, nei dieci anni che vanno dal 2003 al 2013 – spiega un’analisi di Coldiretti Lombardia – il numero delle stalle lombarde è diminuito di oltre il 30 per cento, passando da 8.761 a 6.042, se poi si considerano solo quelle che consegnano a industrie e caseifici e si escludono quelle che trasformano in proprio o fanno vendita diretta, si scende sotto la soglia di 5 mila allevamenti. In media – rileva la Coldiretti regionale – in Lombardia, dove si produce il 40% di tutto il latte italiano, sono sparite oltre 270 realtà all’anno. Nel 2013 in Italia sono stati consumati 2,05 milioni di tonnellate di latte a lunga conservazione ma di questi solo mezzo milione è di provenienza italiana mentre il resto è stato semplicemente confezionato in Italia o e arrivato già confezionato, con un impatto negativo sul lavoro e sull’economia del paese. Ma ad essere importati – riferisce la Coldiretti – sono anche semilavorati come le cagliate, polvere di latte, caseine e caseinati che vengono utilizzati per produrre all’insaputa del consumatore formaggi di fatto senza latte. Il falso Made in Italy colpisce anche i formaggi più tipici con la crescita delle importazioni di similgrana dall’estero (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Estonia, Lettonia) per un quantitativo stimato in 83 milioni di chili che fanno concorrenza sleale a Grana Padano e Parmigiano Reggiano o Trentingrana  ottenuti nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione e sicurezza alimentare. L’Italia è anche il più grande importatore mondiale di olio di oliva nonostante una produzione nazionale di alta qualità che raggiunge quota 480mila tonnellate, secondo la Coldiretti. Le importazioni di olio dell’Italia superano la produzione nazionale e sono rappresentate per il 30 per cento da prodotti ottenuti da procedimenti di estrazione non naturali (olio di sansa, olio lampante e olio raffinato) destinati alla lavorazione industriale in Italia. In pratica la qualità del nostro olio – sostiene la Coldiretti – viene “contaminata” dalle importazioni e in media la metà dell’olio di oliva consumato in Italia proviene da olive straniere, ma l’etichetta di provenienza che per questo prodotto è obbligatoria risulta di fatto non leggibile perché scritta in caratteri minuscoli posizionati nel retro della bottiglia mentre si fa largo uso di immagini e nomi che richiamano all’italianità.