Agricoltura, quo vadis?

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È stata da poco presentata la seconda parte del rapporto IPCC (Pannello intergovernativo sui cambiamenti climatici), un’opera mastodontica a cui hanno lavorato ben 309 autori, 1700 coautori e per cui sono state analizzate ben 12.000 opere scientifiche sul clima. Lo studio ci informa che i cambiamenti in atto – dovuti ormai con buona certezza alle attività umane – riguarderanno tutti, in tutti i continenti, indipendentemente dallo stato di benessere raggiunto. Non solo, ma saranno anche molti i settori economici a venirne influenzati e, se non si agirà da subito, “la struttura sociale stessa dell’umanità sarà in pericolo“: è quanto afferma Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC.

Inutile dirlo, tra i settori economici che potrebbero risentirne di più si annovera l’agricoltura e con essa, la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare mondiale. Cosa già grave di per sé, ma ancor più grave se si considera che la popolazione mondiale è in aumento. Ma vediamo quale sarà la natura di questi impatti sull’agricoltura. Christopher Field – co presidente del gruppo IPCC che ha curato questa seconda parte del rapporto – spiega: “Uno degli impatti del cambiamento del clima in agricoltura riguarda la resa dei raccolti. Nelle ultime decadi abbiamo osservato la resa media dei raccolti per le 4 colture più importanti al mondo, ovvero soia, riso, mais e frumento. Mentre per soia e riso per ora non si sono osservati grossi cambiamenti, per mais e frumento le rese mondiali sono calate in maniera drammatica. E sappiamo con un buon grado di certezza che i cambiamenti in atto influenzeranno anche le altre colture”.  Infatti: aumentano gli studi che prospettano una diminuzione dei raccolti entro la fine del secolo ed un quarto di essi prevede severe diminuzioni, di più del 50%. Tanti i fattori che determineranno una diminuzione dei raccolti: non solo aumento delle temperature e variazioni nella disponibilità d’acqua ma anche variazione negli andamenti stagionali, aumento di CO2 e ozono nella troposfera, differente competitività tra colture e specie selvatiche, differente pressione selettiva sui patogeni. Insomma l’agricoltura – ma anche l’allevamento – si troverà ad affrontare situazioni completamente nuove, ma soprattutto a dover reagire più in fretta, perché i cambiamenti in atto avvengono più velocemente dei processi di selezione naturale a cui siamo abituati. Che fare? “La soluzione sta non solo nel continuare a combattere il cambiamento climatico, ma anche nel mettere a punto strategie di mitigazione e adattamento”. Ovvero? Ovvero si fa leva qui sulla capacità di reagire a modificate situazioni ambientali con modificate strategie comportamentali, colturali, etc. Forse siamo di fronte per la prima volta ad una situazione dove la tradizione ci aiuta poco e dobbiamo trovare risposte nell’ innovazione e nelle nuove conoscenze. Concretamente: l’università di Hohenheim ha da poco presentato un software che simula l’adattamento delle colture agricole al cambiamento climatico. Si tratta di una novità, perché tali sistemi sono stati fino ad ora utilizzati dagli ecologi per proiettare cambiamenti nei sistemi naturali, ma l’Università di Hohenheim ha pensato di applicarlo anche all’agricoltura. L’idea è di fornire uno strumento che, informato dei cambiamenti nei dati climatici – cosa per altro oggi possibile grazie  a sempre più precise prognosi del tempo – possa indicare quale sia il piano di semina e di coltura migliore per ogni zona. Un software utilizzabile a livello globale per poter far fronte puntualmente ai cambiamenti climatici locali. “I modelli di previsione utilizzati fino ad ora – afferma il Prof. Dr. Thomas Berger, ricercatore dell’Università di Hohenheim, anch’egli partecipe al progetto per la realizzazione di questo software – non considerano sufficientemente che anche l’agricoltura come ecosistema dovrà adattarsi alle situazioni che cambiano. E dovrà scegliere ad esempio nuove colture in zone dove i cambiamenti si fanno sentire. Anche l’agricoltura dovrà adeguarsi e questo software vuole essere un aiuto in questa direzione”.

Articolo di Maria Luisa Doldi