Agricoltura civica

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La crisi dei prezzi per i prodotti agricoli e la messa in discussione della sostenibilità dei modelli produttivi tradizionali hanno portato negli ultimi anni molte aziende agricole a cercare vie di business alternative. Tra queste vi è la cosiddetta agricoltura civica, una forma di produzione che, se in generale in Europa è ancora di nicchia, in Germania sta invece conoscendo un forte sviluppo. Basti pensare che se nel 2008 erano nove in tutta la Nazione le aziende che si dedicavano  a questo modello economico, nel 2016 l’Associazione deputata (QUI) ne conta oltre 100, distribuite in tutte le regioni (QUI la mappa). L’idea alla base dell’agricoltura civica è semplice e si basa sul coinvolgimento delle comunità locali e dei cittadini in una visione della società fondata su pratiche sociali, economiche e ambientali sostenibili, sull’etica, sul senso di responsabilità, sulla reciprocità. Per questo gli impatti dell’agricoltura civica devono essere considerati attraverso moltiplicatori ambientali e sociali, non solo economici. In un modello di agricoltura civica una o più aziende agricole forniscono una comunità di famiglie nella propria regione con alimenti. In cambio, la comunità si impegna a finanziare l’intera operazione di produzione agricola – lavoro, eventuali attrezzature e affitti – pagando una quota fissa mensile alle aziende. In questo modo tutte le parti condividono non solo la produzione e i costi ad essa legati, ma anche la responsabilità e il rischio della produzione stessa. Il legame tra comunità e azienda agricola è molto forte: la comunità si impegna ad acquistare alimenti (verdura, frutta, prodotti animali) dalla stessa azienda per un periodo di un anno, di modo che questo permetta all’agricoltore di pianificare la produzione. In base alla quota pagata, si ricevono poi gli alimenti prodotti. È la comunità che, insieme al produttore, decide cosa produrre, in relazione alle proprie esigenze e alle condizioni locali, ma sempre cercando di avere la produzione più variegata possibile. La distribuzione del cibo è in genere gestita dalla comunità stessa dei consumatori.

Quali requisiti deve avere una azienda?

In Germania questo modello economico non è nuovo. Alcune aziende lo applicano con successo da oltre 30 anni. Ma negli ultimi pochi anni esso sta vivendo un vero e proprio boom. Come afferma Stephanie Wild della associazione tedesca per l’agricoltura civica: «Questo modello non è certo panacea di tutti i mali, ma per molti può essere una soluzione ideale, se le condizioni sono giuste». L’esperienza dimostra che per le piccole imprese con una produzione variegata, la conversione a un modello di agricoltura civica  è più facile. La collaborazione tra più aziende può facilitarla ulteriormente. Al contrario, più è grande e specializzata un’azienda, più complesso diventa il passaggio.

E in Italia?

In Italia l’agricoltura civica non conosce la diffusione che ha in Germania o in Francia, ma anche su questo fronte si muove qualcosa. Referente nazionale per progetti simili a quelli descritti è l’associazione AiCARE che, tra l’altro, sta mettendo a punto una mappa per rilevare le esperienze in Italia di agricoltura sociale di cui l’agricoltura civica è una forma.

Articolo di Maria Luisa Doldi

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