Vino, salumi e formaggi trainano l’export: vale 40 miliardi

L`export agroalimentare italiano cresce del 6% e nel 2017 arriverà a toccare i 40 miliardi di euro, trascinato soprattutto dalle vendite super di vino (+7%), salumi (+8%) e formaggi (+9%). Un risultato rilevante, evidenziato dai dati elaborati da Nomisma Agrifood Monitor, che ha messo sotto le lenti una filiera altrettanto importante che, dall’agricoltura alla ristorazione, vale il 9% del PIL italiano, coinvolgendo il 13% degli occupati totali e concentrando un quarto di tutte le imprese presenti in Italia.

Locomotiva di questo settore sono quattro regioni del nord Italia: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, infatti, concentrano il 60% dell’export agroalimentare totale. Il Sud, nel complesso, incide sull’export agroalimentare per meno del 20%. L’altro dato interessante, è una ripresa dei consumi alimentari sul mercato nazionale, al momento in crescita dell’1,1%.

Guardando ai mercati di destinazione sono soprattutto i paesi extra-Ue (seppure rappresentino ancora meno del 35% dell`export totale) ad evidenziare i tassi di crescita più elevati. Tra questi Russia e Cina, con variazioni negli acquisti di prodotti agroalimentari italiani a doppia cifra (oltre il 20%), benché il loro “peso” continui ad essere marginale sul totale dell`export (meno del 2%). In linea invece con la media di settore le esportazioni verso Nord America e paesi Ue (dati gennaio-luglio 2017).

L`aumento dell`export unito ad un consolidamento della ripresa dei consumi alimentari sul mercato nazionale (+1,1% le vendite alimentari nei primi 9 mesi di quest`anno rispetto allo stesso periodo del 2016) prefigurano un 2017 all`insegna della crescita economica per le imprese della filiera agroalimentare“, spiega Denis Pantini, responsabile dell’area agroalimentare di Nomisma.

La filiera agroalimentare italiana, se considerata dalla produzione agricola alla distribuzione al dettaglio e ristorazione vale oltre 130 miliardi di euro di valore aggiunto e genera lavoro per oltre 3,2 milioni di occupati (il 13% del totale) coinvolgendo 1,3 milioni di imprese (il 25% delle aziende attive iscritte nel Registro Imprese delle Camere di Commercio). Ma la sua importanza strategica prescinde dai numeri e si esprime nella sua capacità di tenuta e salvaguardia socioeconomica anche in tempo di crisi.

Dallo scoppio della recessione globale del 2008 a oggi – continua Pantini – il valore aggiunto della filiera agroalimentare italiana è cresciuto del 16%, contro un calo di oltre l`1% registrato dal settore manifatturiero e un recupero del 2% del totale per l’economia, avvenuto in maniera significativa solamente a partire dal 2015“. Un risultato di tutto rispetto, anche tenendo conto della grande frammentazione di un settore nel quale le imprese con più di 50 addetti costituiscono solo il 2% del totale, contro il 10% di paesi fortemente concorrenziali come la Germania. Un dato che, tra l’altro, spiega perché la propensione all’export della nostra industria alimentare sia pari al 23% contro il 33% della Germania, o visto da un`altra angolatura, perché le nostre esportazioni per quanto in crescita siano ancora molto inferiori a quelle francesi (59 miliardi di euro) o tedesche (73 miliardi).

Si chiarisce anche così il motivo dell’assoluta predominanza per le quattro regioni padane. La presenza di imprese più dimensionate unita a reti infrastrutturali più sviluppate nonché a produzioni alimentari maggiormente “market oriented” (Parmigiano Reggiano e Grana Padano, ma anche Prosecco, Franciacorta e Prosciutto di Parma), spiegano anche perché oltre il 60% dell`export italiano faccia riferimento a Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte.

Un differenziale che rischia di allargarsi ulteriormente anche in quest’anno di trend favorevole ai nostri prodotti, dato che nel primo semestre 2017, mentre le regioni del Nord Italia hanno messo a segno una crescita di oltre il 7% nelle vendite estere, quelle del Mezzogiorno non arrivano a raggiungere il +2%.

Emiliano Raccagni

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