Riportare gli alberi sui campi

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Agroforestazione è un nome nuovo per indicare una pratica che era la norma nella  agricoltura pre-industriale: la coesistenza sulla stessa parcella di alberi o siepi e di colture annuali o animali in un sistema misto. L’introduzione della monocultura e della meccanizzazione, che ha caratterizzato l’industrializzazione della agricoltura moderna e ne è oggi una nota descrittiva, ha eliminato le consociazioni di ogni tipo, in quanto difficili da gestire con fertilizzanti,  o pesticidi e mezzi tecnici per lo più monospecifici e da lavorare con grossi macchinari.

Ma, rinunciando in toto alla vecchia e tradizionale consociazione, se ne sono persi anche i vantaggi ambientali: la naturale vocazione dell’albero a fertilizzare e stabilizzare il suolo e degli animali a tenere sotto controllo la vegetazione e a concimare. Perché spendere soldi e gasolio (con relativo impatto ambientale) per diserbare un frutteto o un vigneto, se possono farlo a costo zero degli animali? Trasformando l’erba un una produzione aggiuntiva nello stesso ettaro di terra? Perché non seminare una coltura invernale sotto un arboreto caducifolio (pioppeto, meleto) che non ha foglie e quindi non produce nulla nel periodo autunno-primaverile? Tutto questo è agroforestazione! Oggi l’agroforestazione torna poco a poco in discussione perché, grazie a innovativi modelli, è all’altezza dei nuovi obiettivi dell’agricoltura moderna: aumentare la produzione per unità di superficie, migliorare la fertilità dei suoli, aumentare la biodiversità, rinforzare la lotta biologica, controllare l’erosione, diversificare i redditi di gestione, ridurre gli apporti energetici. Un contributo a diffondere la conoscenza su questo tipo di gestione agronomica è stato dato da un recente congresso organizzato nella cornice di EXPO dall’EURAF (European Agroforestry Federation o Federazione Europea per l’Agroforestry) dal titolo “Agroforestry: nutrire il pianeta ed offrire energia in modo sostenibile“. Ne abbiamo parlato con Adolfo Rosati del CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria), coordinatore dell’evento.

L’agroforestazione ha tanti benefici ambientali. Ma per un’azienda agricola anche i conti devono tornare…

Innanzitutto l’agroforestazione e un metodo di intensificazione colturale )piu’ coltivazioni sulla stessa parcella) che, se ben studiato, porta a produzioni maggiori per unità di superficie. Poi, non dimentichiamo che molti vantaggi ambientali si traducono anche in vantaggi economici: una migliore struttura del suolo significa una minore perdita di acqua e nutrienti e, quindi, minore necessità di fertilizzazione e irrigazione, oltre a minori spese di lavorazione; il controllo delle erbe infestanti operato dagli animali significa qualche passaggio in meno in campo con il trattore; gli alberi possono produrre frutti, legname da costruzione o da bioenergia e quindi costituiscono anch’essi un ulteriore rendita. Quindi con un sistema agroforestale ben studiato è possibile aumentare il raccolto e diversificarlo, combinando più colture e/o animali sulla stessa parcella, sfruttandone la complementarità e le sinergie tra i diversi componenti.

Cosa significa “ben studiato”?

Un sistema agroforestale che funzioni deve combinare colture e/o allevamenti che siano compatibili sia da un punto di vista ecologico, sia dal punto di vista della coltivazione, oltre ad avere un mercato per il prodotto. Ad esempio, le colture non devono richiedere trattamenti o interventi meccanici che siano incompatibili con le altre colture/animali consociati. È necessario studiare a tavolino le colture da consociare anche in base alla realtà della singola azienda.  Si tratta sicuramente di un sistema più complesso da gestire della monocoltura, ma anche un sistema che potrebbe riportare l’agricoltore al suo vero ruolo di imprenditore economico e dell’ecosistema…

Perché, oggi non è così?

Personalmente ritengo che l’agricoltura industrializzata abbia limitato il ruolo dell’agricoltore. Non è più l’agricoltore che decide cosa fare sui campi e quando. I trattamenti sono a calendario, scritti in etichetta o suggeriti dai consorzi e determinati dall’industria; le colture vengono decise da regole di mercato, da associazioni o consorzi. Questo ha reso meno indispensabile la conoscenza in agricoltura; quella conoscenza che permette di interpretare la salute di un agrosistema tramite indicatori ecologici ben precisi, di adottare misure di intervento che siano compatibili con l’ambiente; una conoscenza che permette di sperimentare nuove vie di produzione perché fornisce gli strumenti conoscitivi per portarle avanti, per leggere i risultati e trovare eventualmente nuove soluzioni. L’agroforestazione – come anche altre tecnologie alternative quali ad esempio l’agricoltura conservativa che minimizza le lavorazioni del suolo o l’agricoltura biologica – richiedono il recupero di vecchie conoscenze e soprattutto lo sviluppo di nuove conoscenze, richiedono una agricoltura basata sulla conoscenza dei processi agroecologici e dell’ambiente, oltre che del mercato, per una produzione maggiore e allo stesso tempo più sostenibile. Ed è in primis l’agricoltore che deve avere questo sapere, calibrandolo poi sulla propria azienda, cosa che solo l’agricoltore può fare.

Come introdurre l’agroforestazione in un’azienda moderna?

Adattando i principi tradizionali a contesti di gestioni moderne: ad esempio basse densità di alberi a ettaro, sesti distanziati, filari regolari a distanze multiple delle macchine per consentire la meccanizzazione, produzioni diversificate. Si tratta cioè di conciliare e combinare le innovazioni e i vantaggi dell’agricoltura meccanizzata con i principi ecologici che abbiamo dimenticato o che non abbiamo sviluppato sufficientemente, di modernizzare l’impianto, mantenendo il principio. In molti PSR regionali ci sono misure di finanziamento per l’impianto degli alberi in sistemi agroforestali, ma l’agroforestazione, vista la sua ampiezza tematica (alberi colture ed animali) trova possibilità di finanziamento anche indirettamente tramite altre misure, come quelle agroambientali, quelle di prevensione degli incendi ecc.

Rimane un dato di fatto: pochi la conoscono e pochi la praticano…

Questo è vero per l’Italia. In Francia, ad esempio la situazione è già diversa. Ci sono associazioni agroforestali molto forti che fanno lobby nel sistema politico e forniscono informazioni agli agricoltori, mettendoli in rete tra loro. In italia è necessario uno maggiore sforzo collettivo del mondo agricolo, politico e della ricerca per poter affermare questo tipo di gestione dell’azienda che – lo ripeto – porta sia vantaggi economici che ambientali. Occorre fare rete per condividere le esperienze e per poter fare massa critica in modo che anche a livello legislativo questa gestione dei campi venga rappresentata. Per questo suggerisco caldamente a chiunque avesse interesse, di entrare in contatto con le associazioni che in Italia si occupano di questo tema e con le aziende che già hanno esperienza in questo tipo di gestione. Ma sottolineo: costruire significa in questo caso provare. E provare significa innanzitutto rispolverare le vecchie competenze agricole ecologiche, ma anche acquisire tutto quanto utile c’è di nuovo, dall’agroecologia alla tecnologia, per poi sperimentarlo sui propri campi.

Per maggiori informazioni consigliamo la pagina della associazione italiana agroforestazione (AIAF: http://www.agroforestry.it) e la pagina della Federazione  Europea per l’Agroforestazione (in inglese, EURAF: http://www.agroforestry.eu/)

Articolo di Maria Luisa Doldi

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