Ripensare la concimazione?

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Il settore agricolo sta vivendo un momento di grande difficoltà, caratterizzato da una crescita costante dell’incidenza dei costi dei fattori produttivi sui margini degli agricoltori. Nell’ambito delle spese sostenute per la produzione agricola, la voce dei fertilizzanti rappresenta un onere gravoso sul bilancio aziendale. Infatti, negli ultimi anni si è assistito a un andamento del prezzo d’importazione di tali prodotti che, seppur altalenante, è stato tendenzialmente in crescita, tant’è che a fine settembre  il  Parlamento Europeo ha rivolto un’interrogazione alla Commissione avente come oggetto proprio il costo dei fertilizzanti per agricoltori comunitari. (Vedi QUI). Molteplici le ragioni di queste tendenze. Tra esse possiamo citare il legame con le fonti fossili e l’energia necessaria per la loro produzione, la crescente domanda da parte dei paesi emergenti e infine fattori di carattere politico generale – ad esempio la recente crisi Ucraina o la precedente Primavera araba – che determinano una variazione dei paesi di provenienza dei prodotti importati con effetti non sempre prevedibili sui costi. Non dimentichiamo, infatti, che una buona parte dei fertilizzanti chimici utilizzati in Italia è di importazione. Non va infine tralasciato l’aspetto ambientale che diventa sempre più importante anche nel contesto della PAC : l’agricoltura deve diventare più sostenibile, rimanendo però altamente produttiva. Come conciliare questa richiesta di sostenibilità con il massiccio utilizzo di fertilizzanti chimici che derivano da materie prime non rinnovabili e finite e  per la cui estrazione e produzione il consumo energetico non è indifferente (a titolo di esempio: per produrre una tonnellata di urea è necessario l’equivalente di energia di 4 barili di petrolio)? La domanda che si pone è, dunque, se non vi sia una concimazione alternativa per il settore agricolo che permetta di rispondere alle necessità di una richiesta alimentare in crescita, nel rispetto di una maggiore sostenibilità. Sul tavolo del ministro per le Politiche Agricole si trova già da tempo un documento per la definizione dei criteri e norme tecniche generali per la produzione e l’utilizzazione agronomica del digestato – prodotto dalla digestione anaerobica –  in cui si considerano anche le condizioni per la sua assimilazione ai fertilizzanti di origine chimica. L’idea di un’assimilazione si basa su studi e prove in campo condotti da diversi Istituti di Ricerca e Università, che indicano che dal punto di vista agronomico il digestato contiene i macro e microelementi necessari alle colture e che dal punto di vista della produttività esso permette di ottenere risultati comparabili, se non migliori, a quelli ottenuti con una fertilizzazione chimica tradizionale, una volta rispettate specifiche pratiche virtuose di utilizzo e distribuzione. L’impiego del digestato come fertilizzante sembrerebbe anche soddisfare alcuni importanti parametri di sostenibilità: esso è prodotto a partire da materie rinnovabili, di produzione nazionale, senza appositi consumi di energia; esso contribuisce a migliorare la tessitura del suolo e permettere di chiudere un circolo di materia, riportando sui campi ciò che era stato precedentemente asportato.

A cura di Maria Luisa Doldi

 

Nuove vie dunque si aprono per la fertilizzazione agricola. Quale scegliere?

Nel video, curato da Daniela Grancini e Oxana Selari, sentiamo il parere del Prof. Fabrizio Adani, responsabile scientifico del Gruppo Ricicla, e Massimo Rossini, vicepresidente Assofertilizzanti- Federchimica.

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