Consumo di suolo, serve una svolta

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Terra buona per l’agricoltura inesorabilmente perduta. Da anni e per sempre. Cancellata dalla cementificazione indiscriminata che fa del consumo di suolo una vera e propria emergenza in tutto il Paese. Lo certificano, senza grandi margini di discussione, i dati recentemente diffusi da ISPRA, che confermano come  negli ultimi 3 anni, siano stati consumati altri 720 chilometri quadrati di territorio “verde”, con una tendenza al rialzo. Tanto per capirci un’area pari alla somma della superficie di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo.

Non si pensi, però, che sia solo colpa dell’edilizia. In Italia si consuma suolo anche per costruire infrastrutture, che insieme agli edifici ricoprono quasi l’80% del territorio artificiale.  Forti gli impatti sui cambiamenti climatici: la cementificazione galoppante ha comportato dal 2009 al 2012,l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2 – valore pari all’introduzione nella rete viaria di 4 milioni di utilitarie in più (l’11% dei veicoli circolanti nel 2012) con una percorrenza di 15.000 km/anno – per un costo complessivo stimato intorno ai 130 milioni di euro.

La sospirata Legge. Anche in occasione dell’ultimo “Earth Day” è tornato quindi forte un messaggio alle istituzioni affinché anche l’Italia, anche con provvedimenti delle singole regioni, si possa dotare di norme contro il consumo di suolo che freni questa corsa senza ritorno, dato che di fatto negli ultimi venti anni il Paese ha perso il 15% delle proprie campagne e che, con la crisi economica, sono ancora più evidenti i danni arrecati dalla politica della cementificazione, con capannoni costruiti e dismessi e intere aree industriali e commerciali realizzate per poi chiudere desolatamente.  Secondo il presidente di Copagri, Franco Verrascina, “E’ urgente una legge che tuteli le destinazioni d’uso agricolo del nostro territorio e riconosca il ruolo di presidio degli agricoltori. Occorrono i fatti, in modo che il prossimo anno si possa parlare di rinascita della terra, di un nuovo modo pensare e agire dell’uomo, di uno sviluppo davvero sostenibile, che non travalichi le esigenze della natura, di un’agricoltura non più defraudata del proprio strumento di base, appunto la terra”.

Rischio idrogeologico. Tra le conseguenze della cementificazione, c’è anche il dissesto idrogeologico. Sottrarre terra a campi e boschi, insieme a una non sempre corretta manutenzione del territorio, ha comportato che l’82% dei comuni italiani e’ divenuto ad alta criticità idrogeologica, ovvero 6 milioni di italiani vivono in 29.500 chilometri quadrati di territorio considerati ad elevato rischio idrogeologico, rischio che vale per 1.260.000 edifici, tra cui 6 mila scuole e 531 ospedali.  Senza contare che dalle aree sottratte dal cemento, quasi sempre in fertili pianure,derivano i principali prodotti della nostra alimentazione, come pane, pasta, carne, latte e ciò significa accrescere la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento alimentare. Non da ultimo, c’e’ da considerare la perdita economica: in 20 anni sono stati spesi circa 25 miliardi per riparare disastri annunciati, quando, si calcola, con il 10% di queste risorse si sarebbe potuta fare un’efficace prevenzione.

Pressing europeo. Proprio in questi giorni il Parlamento sta esaminando la proposta di legge sul consumo di suolo predisposta dal governo dell’ex presidente Letta. Un cammino che, per una serie di motivi chiari a tutti, primo fra i quali la grande opposizione di molte categorie economiche, non ha avuto e non avrà un percorso facile. Sono infatti circa trecentocinquanta gli emendamenti presentati sui nove articoli della proposta che, comunque vada, deve trovare un suo sbocco. L’Italia, infatti, come tutti i Paesi europei è vincolata dal “diktat” della Commissione, che prevede che entro il 2050 i 28 Stati membri dovranno azzerare la cementificazione dei terreni verdi. E i relatori si propongono di chiudere la partita entro l’inizio dell’Esposizione universale di Milano.

A cura di Emiliano Raccagni

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